Intervento in Aula di Maria Coscia contro l'assolvimento dell'obbligo scolastico nei percorsi di apprendistato
Signor Presidente, colleghi, sottosegretario Viespoli, intervengo nella discussione su questo disegno di legge per richiamare l’attenzione dell’Assemblea sulla questione dell’assolvimento dell’obbligo di istruzione nei percorsi di apprendistato, di cui ha già parlato anche il collega che mi ha preceduto.
Si tratta di un punto particolarmente delicato, inserito nel provvedimento con un emendamento proposto dal relatore, l’onorevole Cazzola, su sollecitazione del Ministro Sacconi e approvato a maggioranza in Commissione lavoro. Non so se l’onorevole Cazzola, che mi sembra sia un collega molto serio e rigoroso, sia pienamente consapevole della gravità di una simile proposta, poiché con questa norma si afferma nei fatti il principio di abbassare di nuovo l’obbligo di istruzione a quindici anni e magari, poi, a quattordici, facendo tornare clamorosa- mente indietro nel tempo il nostro Paese, dopo che il Governo Prodi, con la legge finanziaria per il 2007, al comma 622, elevava l’obbligo a sedici anni e che con il decreto ministeriale n. 139 del 22 agosto 2007 allineava il nostro Paese all’Europa.
La proposta – ha dichiarato il Ministro Sacconi e poco fa il sottosegretario Viespoli – nasce da un problema reale: tanti giovani interrompono gli studi prima dei sedici anni e cadono nell’inattività o nel lavoro nero. Il problema esiste ed è molto grave per il nostro Paese, che registra un indice di abbandono dell’istruzione scolastica tra i più alti, circa il 22 per cento, che lo colloca, purtroppo, tra gli ultimi posti in Europa e lo allontana sempre di più dagli obiettivi di Lisbona che devono essere raggiunti entro quest’anno.
Affrontarlo in questo modo, però, è una sconfitta clamorosa per il nostro Paese, che disperde risorse e intelligenze fondamentali per il proprio futuro continuando ad assecondare una realtà ingiusta che colpisce questi ragazzi, cristallizzandoli nella situazione di svantaggio sociale ed economico di partenza delle loro famiglie e senza che siano per loro attivate azioni concrete per determinare le necessarie condizioni di pari opportunità: altro che mettere in movimento un ascensore sociale capace di determinare una maggiore equità sociale e di valorizzare il merito.
Con questa risposta si prende atto di una sconfitta di tutti, di un fallimento e dell’incapacità del Governo di mettere in campo una strategia e un piano capaci di coinvolgere tutte le istituzioni – dallo Stato alle istituzioni scolastiche, dalle regioni agli enti locali – con interventi e misure efficaci per stimolare e incentivare la frequenza scolastica di questi ragazzi. Certo, sappiamo anche che per affrontare questo tema alla radice occorre una scuola più attrattiva per questi ragazzi e, più in generale, per tutti gli studenti, e per questo pensiamo che sia necessario avviare nel nostro Paese una riforma organica del sistema dell’istruzione nel suo complesso e, in particolare, dell’istruzione superiore e della formazione professionale.
Non basta una non-riforma, come quella voluta dal Ministro Tremonti e dal Ministro Gelmini, che hanno solo fatto propaganda per occultare i tagli e cioè la sostanza vera dei provvedimenti fin qui adottati, come i regolamenti sulla scuola superiore di cui stiamo discutendo in questi giorni in VII Commissione. Si tratta di rendere operatività agli indiscriminati tagli della scuola pubblica, rendendola sempre più povera e precaria e non affrontando i nodi veri per migliorare il nostro sistema dell’istruzione e metterlo nelle condizioni di affrontare in modo efficace le sfide di questo nuovo millennio; un millennio, il nostro, contrassegnato dallo sviluppo esponenziale della società della conoscenza, delle nuove tecnologie e del sapere come fattore fondamentale di sviluppo della persona e dell’intera società.
L’acquisizione dei saperi, infatti, è diventata sempre più decisiva per l’esercizio dei diritti di cittadinanza, la costruzione del futuro delle persone e della società, lo sviluppo della democrazia ed anche per il futuro lavorativo dei nostri giovani, in un mondo e in un mercato del lavoro sempre più flessibilizzato. Infatti, la globalizzazione dell’economia e dei sistemi produttivi, profondamente innovati dalle nuove tecnologie, hanno modificato il mercato del lavoro anche nel nostro Paese.
Il mercato del lavoro è sempre più flessibile e richiede profili professionali in continua evoluzione. Perciò, è illusorio pensare che si possano affrontare i problemi delle imprese italiane, che non trovano sul mercato i profili professionali a loro funzionali, con ragazzi quindicenni da inserire in percorsi di apprendistato e con un limitato bagaglio di conoscenze e di competenze.
Inoltre, si tratta di una norma anche inapplicabile, perché comunque le imprese non sono in grado di assicurare le attività didattiche che dovrebbero essere contestualmente assicurate, secondo quanto prevede la normativa sull’obbligo di istruzione ancora in vigore nonostante i tentativi di svuotarla nei suoi contenuti fondamentali. Viviamo, come è noto, ancora in una situazione di crisi finanziaria ed economica che richiederebbe di essere affrontata con una visione strategica e con nuove politiche di sviluppo sostenibile.
Ci troviamo, invece, anche in questo caso di fronte a messaggi ahimè propagandistici, che invece di affrontare con serietà i problemi giocano sulla pelle dei ragazzi più in difficoltà e che rischiano di non avere futuro per le scarse conoscenze e competenze che il nostro Paese è stato in grado di offrire loro. In questo nuovo scenario economico e sociale un Governo lungimirante dovrebbe sapere che ai ragazzi quattordicenni e quindicenni non serve, come nel passato, una specifica formazione settoriale o specialistica, che caratterizzava i profili professionali rigidi progettati per durare tutto il periodo della vita lavorativa e che oggi non sono più riproponibili.
A questa età, inoltre, non ci sono presunte vocazioni o attitudini tali da separare nettamente i diversi saperi dal saper fare. L’intelligenza non è un dato stabile ma un elemento composito, su cui costruire lo sviluppo di conoscenze e di competenze. L’intelligenza di ciascuno è ricca di tante intelligenze e tutta da espandere e lo sviluppo di aspetti intellettivi non può avvenire abbandonando i campi in cui si rilevano difficoltà.
Non ci sono, dunque, ragazzi portati solo per il lavoro – magari manuale – e altri per lo studio, ragazzi che sanno utilizzare solo la mente e altri solo il corpo. A questa età è molto importante uno sviluppo armonico dell’intelligenza e a tal fine è determinante la formazione culturale che la scuola è capace di dare, innovando i metodi di insegnamento e integrando il sapere ed il fare, la teoria e la pratica e promuovendo, anche al momento opportuno e all’età giusta, l’alternanza scuola lavoro. Per tali ragioni è decisivo ripensare al sistema dell’istruzione e della formazione e del rapporto che questo deve avere con il mondo del lavoro. Viviamo in un’epoca in cui si è rovesciato il rapporto tra istruzione formale e istruzione informale. Prima della rivoluzione della società della conoscenza il sapere e le informazioni venivano quasi tutte conseguite a scuola.
Ora si calcola che solo il 30 per cento venga acquisito durante il periodo scolastico. Sono il contesto sociale, territoriale, mediatico e la multimedialità ad egemonizzare il campo della conoscenza. I tempi e i cambiamenti sono rapidissimi e la vecchia struttura educativa non riesce a stare dietro al fenomeno rischiando di essere sopraffatta. Si tratta di una visione minimalista del cambiamento epocale in corso e vi è la necessità di attivare un profondo processo riformatore del sistema dell’istruzione e della formazione, anche in rapporto al mondo del lavoro. Se ciò non avviene, siamo di fronte ad un esito negativo.
In questo quadro, affinché la scuola possa svolgere in modo adeguato la sua funzione, occorre superare l’impianto enciclopedico- nozionistico e affermare un nuovo impianto critico-metodologico. Le stesse acquisizioni scientifiche e neurologiche hanno messo sempre più in discussione un’idea di scuola rigida e solo trasmissiva di saperi e hanno evidenziato come sia sempre più artificiosa una visione dei saperi e di separazione netta tra saperi e fare e, quindi, anche di rapporto con il mondo del lavoro e sempre più affermato la centralità dell’apprendimento attraverso il coinvolgimento e il protagonismo dell’alunno e delle sue potenzialità di apprendimento, come sintesi tra corpo e mente, tra dimensione cognitiva ed emotiva.
Nel processo riformatore del nostro sistema di istruzione è prioritario, quindi, attuare correttamente l’elevamento dell’obbligo di istruzione a 16 anni. Ciò comporta che i primi due anni dell’istruzione superiore devono prevedere una formazione di base di ampio respiro, come prevede il decreto ministeriale n. 139 del 2007, basata cioè sui quattro assi culturali fondamentali: l’asse dei linguaggi
matematico, scientifico, tecnologico e storico-sociale. Il Governo dovrebbe avere cognizione del fatto che anche il sistema produttivo e il mercato del lavoro richiedono lavoratori con più conoscenze e più competenze.
Proprio la nuova tipologia della specializzazione, legata alle nuove tecnologie, e il suo bisogno di flessibilità e di professionalità sono compatibili unicamente con una base di formazione di ampio e consolidato respiro culturale che solo ad un certo punto e ad un certo momento si è opportunamente orientato e piegato verso lo specifico settore professionale.
Per questo è fondamentale nel biennio dell’obbligo dotare i ragazzi e le ragazze di un solido, alto e versatile bagaglio formativo, in modo da prepararli a scegliere ed eventualmente cambiare il successivo percorso scolastico e la loro futura professione in un mondo del lavoro che richiede e sempre più richiederà flessibilità.
Per questo colleghi, signor Presidente, sottosegretario Viespoli, mi appello a tutti voi affinché possa essere avviata in quest’Aula una riflessione attenta su questo tema e si giunga a condividere l’opportunità di un ripensamento e di ritirare una norma così ingiusta e inefficace (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Si tratta di un punto particolarmente delicato, inserito nel provvedimento con un emendamento proposto dal relatore, l’onorevole Cazzola, su sollecitazione del Ministro Sacconi e approvato a maggioranza in Commissione lavoro. Non so se l’onorevole Cazzola, che mi sembra sia un collega molto serio e rigoroso, sia pienamente consapevole della gravità di una simile proposta, poiché con questa norma si afferma nei fatti il principio di abbassare di nuovo l’obbligo di istruzione a quindici anni e magari, poi, a quattordici, facendo tornare clamorosa- mente indietro nel tempo il nostro Paese, dopo che il Governo Prodi, con la legge finanziaria per il 2007, al comma 622, elevava l’obbligo a sedici anni e che con il decreto ministeriale n. 139 del 22 agosto 2007 allineava il nostro Paese all’Europa.
La proposta – ha dichiarato il Ministro Sacconi e poco fa il sottosegretario Viespoli – nasce da un problema reale: tanti giovani interrompono gli studi prima dei sedici anni e cadono nell’inattività o nel lavoro nero. Il problema esiste ed è molto grave per il nostro Paese, che registra un indice di abbandono dell’istruzione scolastica tra i più alti, circa il 22 per cento, che lo colloca, purtroppo, tra gli ultimi posti in Europa e lo allontana sempre di più dagli obiettivi di Lisbona che devono essere raggiunti entro quest’anno.
Affrontarlo in questo modo, però, è una sconfitta clamorosa per il nostro Paese, che disperde risorse e intelligenze fondamentali per il proprio futuro continuando ad assecondare una realtà ingiusta che colpisce questi ragazzi, cristallizzandoli nella situazione di svantaggio sociale ed economico di partenza delle loro famiglie e senza che siano per loro attivate azioni concrete per determinare le necessarie condizioni di pari opportunità: altro che mettere in movimento un ascensore sociale capace di determinare una maggiore equità sociale e di valorizzare il merito.
Con questa risposta si prende atto di una sconfitta di tutti, di un fallimento e dell’incapacità del Governo di mettere in campo una strategia e un piano capaci di coinvolgere tutte le istituzioni – dallo Stato alle istituzioni scolastiche, dalle regioni agli enti locali – con interventi e misure efficaci per stimolare e incentivare la frequenza scolastica di questi ragazzi. Certo, sappiamo anche che per affrontare questo tema alla radice occorre una scuola più attrattiva per questi ragazzi e, più in generale, per tutti gli studenti, e per questo pensiamo che sia necessario avviare nel nostro Paese una riforma organica del sistema dell’istruzione nel suo complesso e, in particolare, dell’istruzione superiore e della formazione professionale.
Non basta una non-riforma, come quella voluta dal Ministro Tremonti e dal Ministro Gelmini, che hanno solo fatto propaganda per occultare i tagli e cioè la sostanza vera dei provvedimenti fin qui adottati, come i regolamenti sulla scuola superiore di cui stiamo discutendo in questi giorni in VII Commissione. Si tratta di rendere operatività agli indiscriminati tagli della scuola pubblica, rendendola sempre più povera e precaria e non affrontando i nodi veri per migliorare il nostro sistema dell’istruzione e metterlo nelle condizioni di affrontare in modo efficace le sfide di questo nuovo millennio; un millennio, il nostro, contrassegnato dallo sviluppo esponenziale della società della conoscenza, delle nuove tecnologie e del sapere come fattore fondamentale di sviluppo della persona e dell’intera società.
L’acquisizione dei saperi, infatti, è diventata sempre più decisiva per l’esercizio dei diritti di cittadinanza, la costruzione del futuro delle persone e della società, lo sviluppo della democrazia ed anche per il futuro lavorativo dei nostri giovani, in un mondo e in un mercato del lavoro sempre più flessibilizzato. Infatti, la globalizzazione dell’economia e dei sistemi produttivi, profondamente innovati dalle nuove tecnologie, hanno modificato il mercato del lavoro anche nel nostro Paese.
Il mercato del lavoro è sempre più flessibile e richiede profili professionali in continua evoluzione. Perciò, è illusorio pensare che si possano affrontare i problemi delle imprese italiane, che non trovano sul mercato i profili professionali a loro funzionali, con ragazzi quindicenni da inserire in percorsi di apprendistato e con un limitato bagaglio di conoscenze e di competenze.
Inoltre, si tratta di una norma anche inapplicabile, perché comunque le imprese non sono in grado di assicurare le attività didattiche che dovrebbero essere contestualmente assicurate, secondo quanto prevede la normativa sull’obbligo di istruzione ancora in vigore nonostante i tentativi di svuotarla nei suoi contenuti fondamentali. Viviamo, come è noto, ancora in una situazione di crisi finanziaria ed economica che richiederebbe di essere affrontata con una visione strategica e con nuove politiche di sviluppo sostenibile.
Ci troviamo, invece, anche in questo caso di fronte a messaggi ahimè propagandistici, che invece di affrontare con serietà i problemi giocano sulla pelle dei ragazzi più in difficoltà e che rischiano di non avere futuro per le scarse conoscenze e competenze che il nostro Paese è stato in grado di offrire loro. In questo nuovo scenario economico e sociale un Governo lungimirante dovrebbe sapere che ai ragazzi quattordicenni e quindicenni non serve, come nel passato, una specifica formazione settoriale o specialistica, che caratterizzava i profili professionali rigidi progettati per durare tutto il periodo della vita lavorativa e che oggi non sono più riproponibili.
A questa età, inoltre, non ci sono presunte vocazioni o attitudini tali da separare nettamente i diversi saperi dal saper fare. L’intelligenza non è un dato stabile ma un elemento composito, su cui costruire lo sviluppo di conoscenze e di competenze. L’intelligenza di ciascuno è ricca di tante intelligenze e tutta da espandere e lo sviluppo di aspetti intellettivi non può avvenire abbandonando i campi in cui si rilevano difficoltà.
Non ci sono, dunque, ragazzi portati solo per il lavoro – magari manuale – e altri per lo studio, ragazzi che sanno utilizzare solo la mente e altri solo il corpo. A questa età è molto importante uno sviluppo armonico dell’intelligenza e a tal fine è determinante la formazione culturale che la scuola è capace di dare, innovando i metodi di insegnamento e integrando il sapere ed il fare, la teoria e la pratica e promuovendo, anche al momento opportuno e all’età giusta, l’alternanza scuola lavoro. Per tali ragioni è decisivo ripensare al sistema dell’istruzione e della formazione e del rapporto che questo deve avere con il mondo del lavoro. Viviamo in un’epoca in cui si è rovesciato il rapporto tra istruzione formale e istruzione informale. Prima della rivoluzione della società della conoscenza il sapere e le informazioni venivano quasi tutte conseguite a scuola.
Ora si calcola che solo il 30 per cento venga acquisito durante il periodo scolastico. Sono il contesto sociale, territoriale, mediatico e la multimedialità ad egemonizzare il campo della conoscenza. I tempi e i cambiamenti sono rapidissimi e la vecchia struttura educativa non riesce a stare dietro al fenomeno rischiando di essere sopraffatta. Si tratta di una visione minimalista del cambiamento epocale in corso e vi è la necessità di attivare un profondo processo riformatore del sistema dell’istruzione e della formazione, anche in rapporto al mondo del lavoro. Se ciò non avviene, siamo di fronte ad un esito negativo.
In questo quadro, affinché la scuola possa svolgere in modo adeguato la sua funzione, occorre superare l’impianto enciclopedico- nozionistico e affermare un nuovo impianto critico-metodologico. Le stesse acquisizioni scientifiche e neurologiche hanno messo sempre più in discussione un’idea di scuola rigida e solo trasmissiva di saperi e hanno evidenziato come sia sempre più artificiosa una visione dei saperi e di separazione netta tra saperi e fare e, quindi, anche di rapporto con il mondo del lavoro e sempre più affermato la centralità dell’apprendimento attraverso il coinvolgimento e il protagonismo dell’alunno e delle sue potenzialità di apprendimento, come sintesi tra corpo e mente, tra dimensione cognitiva ed emotiva.
Nel processo riformatore del nostro sistema di istruzione è prioritario, quindi, attuare correttamente l’elevamento dell’obbligo di istruzione a 16 anni. Ciò comporta che i primi due anni dell’istruzione superiore devono prevedere una formazione di base di ampio respiro, come prevede il decreto ministeriale n. 139 del 2007, basata cioè sui quattro assi culturali fondamentali: l’asse dei linguaggi
matematico, scientifico, tecnologico e storico-sociale. Il Governo dovrebbe avere cognizione del fatto che anche il sistema produttivo e il mercato del lavoro richiedono lavoratori con più conoscenze e più competenze.
Proprio la nuova tipologia della specializzazione, legata alle nuove tecnologie, e il suo bisogno di flessibilità e di professionalità sono compatibili unicamente con una base di formazione di ampio e consolidato respiro culturale che solo ad un certo punto e ad un certo momento si è opportunamente orientato e piegato verso lo specifico settore professionale.
Per questo è fondamentale nel biennio dell’obbligo dotare i ragazzi e le ragazze di un solido, alto e versatile bagaglio formativo, in modo da prepararli a scegliere ed eventualmente cambiare il successivo percorso scolastico e la loro futura professione in un mondo del lavoro che richiede e sempre più richiederà flessibilità.
Per questo colleghi, signor Presidente, sottosegretario Viespoli, mi appello a tutti voi affinché possa essere avviata in quest’Aula una riflessione attenta su questo tema e si giunga a condividere l’opportunità di un ripensamento e di ritirare una norma così ingiusta e inefficace (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
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