24 febbraio 2010
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Con la riforma federalista in bilico oltre 8 mila docenti, di Andrea Gagliardi

Due scenari a confronto. Entrambi all'insegna di una drastica riduzione di insegnanti nel Lazio. Circa 5.600 in meno nell'anno scolastico 2011-2012 (rispetto al 2008-2009), con l'applicazione del piano programmatico triennale del Ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini.

Più di 8 mila posti eliminati, nell'ipotesi più drastica di entrata in vigore della riforma federalista del Ministro Calderoli, con l'obbligo per tutte le regioni di adeguarsi ai costi standard della più efficiente.

Sono alcuni dei dati che emergono dal Rapporto Scuola 2010 della Fondazione Agnelli, presentato oggi a Roma e anticipato dal Sole 24 Ore. Si tratta di proiezioni indicative del "processo di razionalizzazione" cui andrà comunque incontro il sistema scolastico laziale.

Nel 2011-2012, con il federalismo targato Calderoli, il Lazio dovrebbe registrare il fabbisogno di 60.371 docenti (il 12,2% in meno rispetto a quello del 2008/2009). Più contenuto il dazio da pagare alle esigenze di cassa, considerando solo gli effetti del piano Gelmini (dal maestro unico alla riforma delle superiori): 63.098 insegnati in cattedra, con un taglio dell'8,2%. Una contrazione più accentuata nelle superiori (oltre 3 mila docenti in meno) dove si prevede la riduzione delle ore settimanali.

A livello nazionale il calo dovrebbe attenersi, in termini percentuali, su livelli simili a quelli laziali (-12,9%) nell'ipotesi federalista. E superiori (-10,6%) in quella del piano Gelmini. Due le considerazioni. La prima di carattere nazionale, è di Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, per il quale lo scenario della legge Calderoli non si discosta molto dalla direzione attuale di marcia, in termini di riduzione di organici. "La razionalizzazione della spesa prevista dal Ministro Gelmini -dice Gavosto- sta già avvicinando la spesa storica alla nozione federalista di costo standard". Un federalismo scolastico improntato solo a risparmio e razionalizzazione, perciò, "non sarebbe molto utile, perché buona parte di tali obiettivi sono stati raggiunti in assenza e prima di esso".

La seconda notizia riguarda il Lazio. Qui è più marcata la differenza di organico tra i due scenari. "In quello federalista il taglio varrebbe quattro punti percentuali in più dell'altro -come commenta Stefano Molina, tra i curatori della ricerca- punti che vanno considerati come un indicatore di inefficienza del Lazio"; che faticherebbe più di altri ad adeguarsi alle performance di spesa per docenti delle regioni più virtuose.

La fondazione Agnelli analizza poi la spesa pubblica per l'istruzione. Quella del Lazio nel 2007 registrava un'incidenza sul Pil del 2,9% (3,4% la media Italia) e valeva 4,8 miliardi (quarto posto dopo Lombardia, Campania e Sicilia), con un dato procapite per studente di 6.785 euro (sopra la media nazionale, di 6.620 euro).

Se si guarda però alla sola componente sociale, la spesa procapite per studente (circa 5.500 euro) è di 102 euro inferiore alla media italiana. Un risultato dovuto soprattutto a due fattori: la dimensione delle strutture scolastiche (in media 285 alunni per plesso, contro i 232 dell'Italia), con conseguenti economie di scala e il rapporto alto (oltre 2,4) tra allievi disabili e docente di sostegno. Fattori controbilanciati solo in parte dall'alto ricorso al tempo pieno e prolungato (31,2% contro la media Italia del 25,7%).

Il Lazio nel 2007 risulta però la Regione che ha speso di meno per l'istruzzione scolastica (40 euro per studente, contro i 490 della Sardegna). "In realtà ci risulta in quell'anno una spesa di 54,28 euro per studente- commenta Marco Di Stefano, assessore regionale all'Istruzione- un dato aumentato in misura considerevole, attestandosi, per il 2008, a 60,37 euro e per il 2009 a 101,07 euro. E la crescita è tanto più significativa se si considera che il Lazio destina agli enti locali una parte consistente delle sue risorse per l'istruzione". E in effetti la spesa per studente di tutti i comuni laziali ammontava nel 2007 a 1.073 euro, contro i 778 della media Italia.

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