Intervento in Aula di Maria Coscia contro la manovra economica 2010
Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor sottosegretario, in primo luogo voglio ribadire ciò che hanno già detto altri colleghi del gruppo. Il Partito Democratico non ha mai messo in discussione la necessità e l'urgenza della manovra economica, ma quello che abbiamo contestato sono i suoi contenuti e, soprattutto, il fatto che l'impianto di questo provvedimento è fortemente contrassegnato da scelte inique e recessive.
È una manovra che scarica sui più deboli, sui lavoratori precari, sul pubblico impiego, sul lavoro dipendente e, per quanto riguarda le istituzioni, soprattutto sugli enti locali e sulle regioni, ossia sui servizi sociali, sanitari, scolastici, sui trasporti, sui tagli della spesa e che impoverirà il Paese di ogni prospettiva di crescita e di sviluppo. Tra i più penalizzati ci saranno i ragazzi e le ragazze italiani.
I dati ci dicono che, già nel 2009, il 63 per cento dei posti di lavoro persi riguarda lavoratori con contratto a tempo determinato, collaboratori a progetto, cioè lavoratori precari per lo più ragazzi e ragazze. Nella fascia di età tra i 19 e i 29 anni, la perdita degli occupati ha raggiunto le trecentomila unità, portando così il tasso di disoccupazione giovanile in Italia al 25,4 per cento, una percentuale che è più del triplo del tasso di disoccupazione nazionale, molto al di sopra della media europea. Abbiamo inoltre il primato negativo europeo della dispersione scolastica che si attesta intorno al 25 per cento.
I dati OCSE-Pisa ci consegnano altresì dati allarmanti sia sui livelli di apprendimento dei nostri ragazzi quindicenni, in particolare sulla matematica e sulla lingua. Secondo l'ultimo rapporto dell'ISTAT dal 1983 ad oggi si sono triplicati i ragazzi tra i 30 e i 34 anni che vivono con i genitori a testimonianza di una perdita di autonomia ma anche di una perdita di fiducia senza precedenti nelle giovani generazioni italiane. A questi dati sulla drammatica condizione femminile si aggiungono i dati negativi che riguardano l'occupazione femminile tra i più bassi d'Europa. Abbiamo invece il primato del tasso di invecchiamento più alto d'Europa.
Questi dati in sintesi ci dicono che siamo di fronte ad un Paese sempre più invecchiato senza mobilità sociale che non investe sul proprio capitale fondamentale, quello umano e, in particolare, su quello più innovativo e creativo, sulle intelligenze e sui talenti dei giovani e delle donne e per questo motivo rischia seriamente un declino irreversibile.
Non c'è una misura positiva in questa manovra che riguarda le giovani generazioni, le donne e la famiglia. È una manovra difensiva ripiegata sull'oggi e che non è diretta a costruire una nuova prospettiva per il futuro dell'Italia. La crisi con le sue negatività poteva costituire anche un'occasione per affrontare quelle riforme strutturali necessarie per migliorare i fondamentali del Paese. Con una manovra più coraggiosa e ambiziosa si poteva fare appello alle migliori energie del Paese e a tutti gli italiani e le italiane che avrebbero compreso il senso di sacrifici necessari per il bene comune, purché equamente distribuiti e finalizzati a superare da un lato l'emergenza e dall'altra a costruire un Paese migliore, più competitivo, con una nuova prospettiva di crescita e di sviluppo.
La manovra è invece indifferente alle necessità del Paese e fa emergere chiaramente l'incapacità e lo stato di confusione del Governo nella gestione della finanza pubblica e l'assenza di qualsiasi politica economica anticiclica in grado di sostenere le famiglie e il sistema produttivo. Nell'articolato della manovra non vi è traccia di misure di carattere strutturale che garantiscano un duraturo risanamento dei conti pubblici. In particolare alcuni interventi hanno un effetto depressivo sui consumi e riducono la capacità di risparmio delle famiglie, altri hanno un impatto negativo sulle capacità di investimento.
La manovra è recessiva perché aggredisce e depotenzia il fattore fondamentale alla base della crescita economica dei sistemi produttivi e soprattutto tutto il sistema della cultura, della conoscenza e dei saperi. Ancora una volta, come già avvenuto due anni fa con il decreto-legge n. 112, il Governo colpisce mortalmente la scuola, l'università, la formazione, la ricerca e l'innovazione che al contrario dovrebbero essere i motori del rilancio dell'economia e della crescita. Ancora una volta, diversamente da quello che sta avvenendo negli Usa e in altri Paesi europei, il Governo deprime il sistema di istruzione e formazione. Ad esempio, la Germania all'interno di una manovra rigorosissima ha inserito misure di potenziamento dello studio, della formazione e della ricerca introducendo tra l'altro un vincolo per i länder del 10 per cento della spesa destinati a questo fine.
In Italia, invece, la manovra colpisce i lavoratori e le lavoratrici del settore mentre inventa la «mini-naja» sprecando 20 milioni di euro che sarebbero al contrario preziosi, se investiti nel sistema dell'istruzione, per elevare la qualità dell'educazione e della formazione dei nostri giovani e dunque per il futuro del nostro Paese.
Il Presidente del Consiglio fino a poche settimane fa ripeteva ai cittadini e alle imprese che la crisi economica era solo alle nostre spalle, che era soprattutto psicologica, che non erano necessari ulteriori interventi per la tenuta dei conti pubblici, per il sostegno dei consumi e della produttività. Tutte le critiche e le preoccupazioni avanzate dal Partito Democratico venivano respinte e bollate di catastrofismo, di pessimismo e di antitalianità. Purtroppo per il nostro Paese la realtà dei numeri e le recenti vicende di questi giorni ci hanno dato ragione e testimoniano che al contrario le preoccupazioni espresse nei mesi scorsi erano fondate.
Non è credibile la tesi che il Ministro Tremonti sta sostenendo per giustificare le sottovalutazioni e i ritardi con cui la crisi è stata affrontata e cioè i fatti contingenti come la speculazione che ha colpito la Grecia e la crisi dei mercati internazionali.
Gran parte delle responsabilità è del Governo e della sua ostinata volontà di dipingere una situazione economica e di bilancio assai diversa dalla realtà. Così come nell'aver incoraggiato l'evasione fiscale cancellando i provvedimenti positivi assunti in tale direzione dal precedente Governo. La manovra fa pagare il conto di una gestione superficiale e inadeguata della politica economica e della finanza pubblica del Paese soltanto ad una parte dei cittadini e più che altro ai lavoratori precari, ai giovani, alle donne ai dipendenti pubblici, ai lavoratori prossimi al pensionamento e alle autonomie locali.
Per quanto riguarda in particolare l'istruzione pubblica, l'Italia che uscirà dalla crisi sarà più debole, con una generazione di giovani fortemente deprivata di qualità nella sua formazione e quindi con un grave deficit di conoscenze rispetto ai coetanei degli altri Paesi. Già l'ISTAT ha conteggiato in due milioni i giovani che non studiano, non si formano e non lavorano. Ci troviamo dunque di fronte ad un peso sociale ed economico insopportabile per il nostro Paese.
La manovra altresì non interviene sul sistema produttivo e ci consegna un'Italia senza un chiaro indirizzo di sviluppo industriale, con un tessuto produttivo ridimensionato dalla crisi, in particolare nella componente delle piccole e medie imprese, priva di adeguate risorse finanziarie e di credito, esposta alla concorrenza sempre più aggressiva non solo dei concorrenti tradizionali, ma anche dei nuovi Paesi emergenti, con un mercato del lavoro indebolito e privo di adeguati strumenti di sostegno e riqualificazione per i soggetti che perdono l'occupazione e con una forte distorsione nella distribuzione della ricchezza, a discapito delle fasce più deboli della società.
Nella manovra non vi sono misure per affrontare e contrastare la dinamica di medio periodo prevista per la nostra economia, che è molto modesta e del tutto inadeguata ad affrontare le sfide del nuovo scenario globale e soprattutto a contenere l'aumento dei disoccupati già registrato e previsto per tutto il 2010. Anche i lavoratori della scuola pagano un prezzo carissimo in termini di disoccupazione, a seguito dei provvedimenti già assunti dal Governo e voluti con il decreto-legge n. 112 dal Ministro Tremonti e sostenuti dalla Ministra Gelmini: circa 8 miliardi di tagli alla spesa e oltre 132.000 posti di lavoro in meno. Il sistema scolastico italiano è stato gettato dal Governo in una situazione di estrema precarietà e fragilità, non solamente per l'insopportabile riduzione di risorse destinate determinata dalle ultime finanziarie, ma anche per l'incertezza e la confusione di provvedimenti non preceduti da un periodo di costruzione condivisa con il Parlamento e con il mondo della scuola; penso ai contenuti del cosiddetto piano programmatico ed ai regolamenti attuativi che ne sono seguiti, il cui segno dominante è quello meno, meno, meno: meno ore di scuola, meno discipline, meno docenti e personale non docente, meno tempo pieno, meno tempo prolungato, meno ore di laboratorio, meno inclusione dei bimbi migranti, meno attenzione verso i bambini diversamente abili e verso i bambini in condizioni sociali ed economiche disagiate.
Siamo a fine luglio e non si è ancora proceduto all'attribuzione definitiva degli organici del personale alle istituzioni scolastiche, in particolare sulle classi a tempo pieno nella scuola primaria e sulle scuole superiori. Le iscrizioni alle prime classi delle scuole superiori invece che a gennaio sono state effettuate a marzo, in una situazione di profonda incertezza circa l'offerta formativa e i programmi didattici che potranno essere attivati nel nuovo anno scolastico. È del tutto evidente che il nuovo anno scolastico che inizierà a settembre sarà purtroppo segnato negativamente da questi gravi ritardi, inadempienze e confusione che peseranno sul diritto allo studio di milioni di bambini e di ragazzi e sulle loro famiglie.
Nella manovra si prevedono misure assolutamente inaccettabili per il personale della scuola: si va dal blocco dei contratti e degli scatti di anzianità al congelamento degli stipendi, con l'obiettivo, secondo quanto riportato dalla relazione tecnica, di un risparmio di spesa superiore al miliardo di euro nel triennio 2011-2013. In particolare si prevede che gli anni 2010, 2011 e 2012 non siano utili ai fini della maturazione delle posizioni stipendiali e dei relativi incrementi economici previsti dalle disposizioni contrattuali vigenti. Il blocco degli automatismi stipendiali rappresenterà una notevole perdita in termini economici a regime e per sempre, nel senso che gli effetti si trascineranno negli anni, determinando la modifica delle curve retributive. Si tratta di cifre rilevanti, che vanno ben oltre gli aumenti non ancora ottenuti per i rinnovi contrattuali: alcuni studi hanno quantificato la perdita in 1.823 euro l'anno per un docente di scuola elementare a metà carriera, con un reddito di 23.000 euro l'anno lordi e in 753 euro l'anno per i collaboratori scolastici. L'effetto cumulativo di queste misure sull'arco dell'intera carriera sarà particolarmente penalizzante.
In questo scenario non può essere poi dimenticato l'effetto del blocco sulla contribuzione pensionistica, particolarmente per chi matura il diritto alla pensione nel nuovo regime. Inoltre, al danno del blocco degli automatismi per il comparto scuola si somma il blocco dei contratti collettivi nazionali fino al 2013, senza possibilità di recupero. Questa norma comporterà una perdita media complessiva a fine triennio di circa 1.500 euro.
Per i lavoratori della scuola, l'erogazione dell'indennità di vacanza contrattuale viene rinviata al 2012: la manovra sottrae 420 milioni di euro, già postati in bilancio, che verranno, pertanto, rideterminati e diminuiti. Gli anni 2010-2011-2012 non saranno utili neanche ai fini della maturazione delle posizioni stipendiali e della retribuzione professionale dei docenti, nonché degli incrementi retributivi. Altresì, la carriera del personale viene allungata di tre anni e, fino al 2013, il servizio non è valido neanche ai fini giuridici.
Negli anni 2011-2012-2013, il trattamento economico complessivo dei singoli dipendenti, anche di qualifiche dirigenziali, ivi compreso il trattamento accessorio, non potrà superare quello ordinariamente spettante per l'anno 2010. Le voci del salario accessorio, fisso e continuativo, non saranno certe dal 2013.
Le risorse finanziarie vengono automaticamente ridotte in misura proporzionale al numero di personale in servizio e, per effetto dei tagli e dei pensionamenti, una parte di risorse, definite contrattualmente e destinate alla contrattazione integrativa, verrà incamerata dal Ministero dell'economia e delle finanze. A tutto questo, si aggiunge l'elevamento a 65 anni dell'età pensionabile, che riguarderà e colpirà centinaia di migliaia di insegnanti, insieme a tutte le lavoratrici del pubblico impiego.
In questo quadro, la Ministra Gelmini ha più volte negato che con questa manovra vi sarebbero state ulteriori misure penalizzanti sul personale della scuola, segnalando, come risposta positiva in tal senso, la modifica apportata al Senato al testo del decreto-legge. Si tratta della norma che, almeno, lascia nella disponibilità del settore scolastico il risparmio del 30 per cento conseguito con i tagli operati con il decreto-legge n. 112 del 2008 e finalizzato a premiare il merito e lo sviluppo professionale dei docenti e del personale ATA. Per tali risorse, il decreto approvato dal Consiglio dei ministri imponeva un cambio subdolo di destinazione per ripianare i debiti pregressi e finanziare le spese ordinarie delle scuole. Dunque, spese obbligatorie.
La nuova formulazione approvata non dà, comunque, alcuna garanzia circa il recupero delle misure penalizzanti previste sugli stipendi dei lavoratori della scuola. Anche con la nuova formulazione, dunque, si sancisce, in ogni caso, uno scippo: o degli scatti stipendiali, che erano previsti dal contratto, o dei debiti delle scuole, che erano, comunque, da pagare, o del reinvestimento di questi fondi per il miglioramento e la valorizzazione del merito, come era stato promesso e previsto dal decreto-legge n. 112 del 2008.
Sono, poi, particolarmente gravi, anche sotto il profilo etico, le disposizioni che ridefiniscono la procedura di individuazione degli alunni in situazioni di handicap e il riconoscimento del diritto di tali alunni al docente di sostegno. La norma, in particolare, prevede, per l'anno scolastico 2010-2011, un contingente di docenti di sostegno pari a quelli in servizio nell'organico di fatto dell'anno scolastico 2009-2010, a prescindere dal numero di alunni in situazioni di handicap che ne avrebbero il diritto. Il limite imposto all'organico dei docenti di sostegno vanifica, di fatto, la sentenza della Corte costituzionale n. 80 che, nel febbraio scorso, aveva stabilito l'illegittimità costituzionale della norma che fissava il limite massimo al numero dei posti degli insegnanti di sostegno.
Alle misure punitive operate sul personale, si aggiungono gli ulteriori tagli al Ministero, in particolare, alla missione n. 22 «Istruzione scolastica», per un ammontare superiore a 190 milioni di euro nel triennio, con le conseguenti ripercussioni negative sul funzionamento delle scuole.
Noi non ci limitiamo a criticare la manovra: con i nostri emendamenti abbiamo avanzato una vera e propria proposta alternativa basata su tre pilastri fondamentali. Primo: il fisco. Come ho già detto, noi pensiamo che la crisi sia anche un'occasione per avviare riforme strutturali, alcune a costo zero, altre volte a produrre maggiori entrate per lo Stato. Tra queste, è possibile e necessario reimpostare la struttura fiscale del nostro Paese verso una maggiore giustizia sociale.
Non vogliamo più tasse, ma solo una nuova distribuzione più equa. Noi pensiamo che sia giusto che tutti paghino le tasse in proporzione ai propri redditi e tenuto conto della situazione familiare. Noi, come aveva già fatto il precedente Governo Prodi, riteniamo decisiva la lotta, senza se e senza ma, all'evasione fiscale. Per tutto questo, abbiamo presentato degli emendamenti.
Secondo: la spesa corrente. Abbiamo avanzato proposte per mettere in campo misure e interventi più rigorosi ed efficaci, per eliminare gli sprechi nella spesa pubblica a partire dai Ministeri e riequilibrando il peso della manovra tra le strutture dello Stato, le regioni e gli enti locali.
Terzo: la crescita e lo sviluppo. Tra le tante proposte per lo sviluppo, abbiamo avanzato proposte alternative ai tagli per la cultura, la scuola, l'università e la ricerca perché convinti che questi settori siano motori e fattori per la crescita, investimenti decisivi in capitale umano, l'unica materia prima che il Paese possiede.
Mi soffermo in particolare sulla scuola. Abbiamo espresso in più occasioni in Parlamento, sia in Aula che nella sede della VII Commissione permanente (Cultura), la nostra disponibilità a confrontarci con il Governo e con la maggioranza e abbiamo presentato a più riprese le nostre proposte per migliorare, innovare e per affrontare i nodi critici veri del sistema pubblico dell'istruzione in Italia. Ma ci siamo trovati di fronte ad un'assoluta indisponibilità del Governo che ha considerato il settore solo un fattore di risparmio della spesa pubblica e quindi da tagliare in modo indiscriminato. Con vere e proprie campagne mediatiche il Governo in questi due anni ha cercato di occultare i tagli e di spostare l'attenzione dell'opinione pubblica su altri argomenti come, ad esempio, la campagna estiva di due anni fa sul grembiulino, mai diventato oggetto di un provvedimento; altre volte attivando vere e proprie campagne mediatiche condite da provvedimenti ideologici come quello sul maestro unico, bocciato dalle famiglie italiane, il voto in condotta, il ritorno ai voti numerici, l'esaltazione delle bocciature, presentati come panacee per risolvere i mali della scuola italiana. Misure che invece producono solo l'effetto di bloccare ancora di più l'ascensore sociale del nostro Paese perché continuano a penalizzare i bambini e i ragazzi per la loro condizione sociale, economica e di salute di partenza e non, come si vuole far credere, per premiare il merito ed il talento.
Di ben altro ci sarebbe bisogno per fare in modo che i nostri giovani possano acquisire quei livelli alti di saperi e di competenze necessari per competere nell'era del mondo globale e della conoscenza. Noi crediamo che occorra in primo luogo considerare l'istruzione, la formazione e la ricerca una leva fondamentale della crescita e dello sviluppo per il futuro del nostro Paese. Secondo noi è fondamentale: innovare la didattica; integrare i saperi e il saper fare; collegare l'offerta formativa al territorio e al sistema produttivo; definire organici funzionali e attivare programmi di formazione permanente dei docenti; determinare condizioni di pari opportunità e premiare il merito; rafforzare la scuola pubblica di tutti e di ciascuno; garantire la sicurezza degli edifici scolastici; realizzare lo snellimento, la sburocratizzazione e la semplificazione del Ministero e degli uffici statali decentrati; puntare sulle istituzioni scolastiche assicurando loro finanziamenti adeguati e certi per far decollare l'autonomia scolastica; attivare un sistema di valutazione e di autovalutazione capace di affiancare e sostenere le scuole con l'obiettivo di migliorare i risultati di apprendimento dei ragazzi e di portarli a conseguire risultati sempre più alti sino all'eccellenza; realizzare un vero e proprio patto educativo fra le scuole, le famiglie e gli studenti. Riteniamo molto importante dunque l'attuazione del nuovo Titolo V della Costituzione. La poca chiarezza e il mancato riconoscimento reciproco dei ruoli che spettano, rispettivamente, alle istituzioni scolastiche autonome, agli enti locali e allo Stato, impedisce una governance condivisa ed efficace così come previsto dalla Costituzione in materia di istruzione ma bloccata purtroppo dalla mancata intesa tra il Ministero e la Conferenza Stato-regioni. Secondo noi è, dunque, più che mai urgente la completa attuazione dell'autonomia delle istituzioni scolastiche e che, a supporto di tale autonomia, in attuazione del Titolo V della Costituzione, vengano ridefiniti i ruoli del Ministero e delle regioni, attribuendo a livello centrale i compiti fondamentali finalizzati a garantire l'unitarietà e l'alta qualità del sistema scolastico pubblico in ogni luogo del Paese e, a livello regionale e locale, la gestione completa, condivisa e partecipata dagli operatori della scuola, dalle famiglie e dagli studenti delle scuole autonome. Abbiamo presentato degli emendamenti significativi e rilevanti che vanno in questa direzione. Con l'attuazione di queste proposte si potrebbe realizzare un risparmio nel tempo di una grande quantità di risorse pubbliche, si sarebbero così potuti evitare i tagli indiscriminati attivati con il decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, e le misure ingiuste e vessatorie di questa manovra operata sui lavoratori della scuola.
Per concludere, signor Presidente, la nostra opposizione è certamente di critica radicale alla manovra, ma anche e soprattutto di responsabilità verso l'Italia. Per questo abbiamo avanzato proposte concrete che sono insieme di rigore e di austerità nella gestione del bilancio pubblico ma anche improntate ai principi di equità, di giustizia sociale e di costruzione di una nuova prospettiva di crescita e di futuro del Paese.
Tuttavia, l'ennesimo voto di fiducia impedirà un confronto vero in Parlamento. Noi comunque continueremo la nostra battaglia di opposizione, ad essere in sintonia con i bisogni e le aspettative dei cittadini italiani, per costruire una nuova prospettiva per il nostro Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
